RUNCARD

“Lanciamo una lobby del running: tutti insieme per far crescere il movimento”



Il segretario generale della Fidal interviene nel dibattito sollevato dai dati di confronto europeo sulla passione per la corsa e sulla burocrazia che frena il movimento podistico italiano: “Lavoreremo con il nuovo Parlamento per l’armonizzazione delle regole sui certificati medici nei vari Paesi e per ‘sportivizzare’ le nostre città”

Ho letto con grande interesse l’articolo della “Repubblica dei runner” dedicato ai dati di confronto europeo sul movimento del running. Proprio un’analisi seria e rigorosa dei fenomeni, dal punto di vista quantitativo e sociologico, ci consente di intervenire in maniera costruttiva, adeguando gli interventi anche in relazione alle sollecitazioni ricevute. Solo capendo da che parte va la società si può intervenire in modo strategico.

Numeri, filosofia, sociologia, aspetti medici sono la base per far crescere il movimento complessivamente, con un atteggiamento serio. É quello che con la Federazione italiana di atletica leggera e con Runcard stiamo provando a fare da qualche anno, lavorando sull’attenta analisi dei dati raccolti, non senza fatica, a diretto contatto con i tanti e le tante runner che quotidianamente affollano parchi, lungomare, percorsi urbani e campi di atletica. Certamente anche sbagliando, ma ci stiamo provando con passione e mettendo in campo tutte le professionalità.

Mi preme, però, portare un ulteriore contributo a questo dibattito. Quanti sono gli Italiani che corrono? Sembra circa 6/7 milioni. Quanti di questi lo fanno per gareggiare, competere, segnare un tempo e quanti semplicemente, come risulta da ogni indagine statistica, per stare bene, sentirsi liberi, avere uno stile di vita sano? Sono molti i runner che dedicano alla corsa almeno due, tre giorni a settimana e che sembra non abbiano alcun interesse ad un competizione: vanno considerati a tutti gli effetti “atleti”, “runner”, pur sfuggendo a un censimento effettuato sulla base del pettorale di una gara. È su questo che si deve lavorare, provando a capire quali siano le leve giuste per “spingere” tali appassionati a partecipare anche alle competizioni.

Come sottolinea l’articolo della “Repubblica dei runner”, quello degli appassionati alla corsa rimane il “primo partito” in Italia. E non credo ci sia astensione, ma solo la necessità di renderli “elettori” consapevoli.

L’altra domanda che mi faccio, e che giro ai vostri lettori anche per capire meglio i numeri, è questa: i dati di European Running tengono conto del fenomeno tutto italiano degli Enti di Promozione Sportiva che organizzano manifestazioni di running (“competitive non agonistiche”, terminologia di per sé complessa) e raccolgono un importante numero di runner non inquadrati nella struttura federale ?

Non tenerne conto significherebbe avere un risultato “drogato”, o quanto meno parziale e comunque disaggregato, frutto delle diverse regolamentazioni del fenomeno di ciascuna nazione. Nel Regno Unito, ad esempio, sostanzialmente non esiste la società sportiva, quindi che strumento si utilizza per censire i runner se non abbiamo dati “coerenti” ?

Iniziamo a lavorare, insieme, su questo: un criterio univoco per aggregare i dati, per capire davvero le dimensioni della passione per la corsa, nella quale, lo ribadisco, l’aspetto agonistico è solo una delle variabili da focalizzare, e su cui noi come federazione dobbiamo lavorare per aumentare poi il numero di partecipanti alle competizioni.

Discorso a parte quello della “burocrazia”, sollevato dall’amico Carlo Capalbo. Quale burocrazia? Si parla principalmente di certificati medici per atleti italiani e stranieri: nel primo caso rispettiamo la legge, le cui prescrizioni non sono opinabili o aggirabili in alcun modo, a tutela della salute degli atleti; nel secondo caso, invece, anche la Fidal è assolutamente convinta che si debba lavorare a un’armonizzazione delle normative dei singoli Paesi per facilitare l’iscrizione alle gare in Italia di atleti che siano in regola nella propria nazione.

Ne siamo talmente convinti che con il precedente Parlamento abbiamo lavorato alacremente (e per la prima volta) per arrivare a norme chiare che modificassero il decreto Balduzzi: lavoro che riproporremo e sul quale vorremmo un sostegno forte e deciso anche degli organizzatori e degli amministratori locali, visto che l’obiettivo è comune e solo facendo rete si può immaginare di raggiungere risultati a breve scadenza.

Per gli italiani più che la burocrazia il problema rimane quello della cultura del running, sulla quale noi lavoriamo da anni con Runcard, Progetto Parchi, Città della Corsa e del Cammino, proprio per colmare un gap non meramente numerico con altri Paesi più evoluti nei quali il sostegno delle amministrazioni locali e dei decisori politici in generale produce città “sportivizzate”, aree dedicate al running, percorsi che fungono da cerniera fra centro e periferie urbanizzate.

La lezione è che occorre uscire rapidamente dalla logica del “piove, governo ladro”, cercando solo capri espiatori sui quali caricare responsabilità, per passare alla creazione di una forte “lobby del running”, che è lobby della salute, degli stili di vita sani, di un futuro migliore per cittadini più felici e, di conseguenza, più produttivi. La battaglia è di tutti e solo perseguendo questi obiettivi racconteremo cifre diverse, basate magari più sulla percentuale di runner soddisfatti per i servizi offerti da Federazioni, organizzatori e realtà locali, che sul numero di pettorali venduti o di runner che tagliano il traguardo di un gara omologata. Crederci è la nostra missione: crederci insieme, l’auspicio di tutto il movimento.

 

*Segretario generale della Fidal